CHIESA DI SAN GIORGIO

Da documenti riportati sia dallo storico Muratori, sia dall’Affò, atti ufficiali risalenti il primo all’anno 903 ed il secondo al 1093, risulterebbe che una prima chiesa con questo nome esisteva ben prima dell’anno mille. Alcuni storici fanno risalire la sua nascita al secolo IX citando un antico privilegio di Lodovico III ad Adalberga del 904 in cui si conferma alla stessa badessa del monastero di S. Sisto le donazioni della corte guastallese con “le sue cappelle”. Questo plurale evidenzia che, oltre l’antica Pieve, almeno un altro edificio religioso doveva pur esistere in quell’epoca. E’ verosimile si trattasse di S.Giorgio.
A supporto di questa deduzione sono portati rilievi di carattere architettonico. Vedendo alcuni l’influsso francese sul romanico dell’oratorio e risultando il territorio sotto il potere carolingio ancora nella seconda metà dell’800 è sembrato logico arrivare a questa conclusione. A rafforzare l’idea è utile dire che la venerazione di S.Giorgio era molto sentita oltralpe quale protettore della cavalleria.
L’Affò, nella sua ricerca storica sulla città, cita il contenuto di un manoscritto opera dell’Abate Bernardino Baldi, erudito conoscitore di questioni storiche, nel quale egli affermava che quella di S. Giorgio fosse la più antica chiesa del nostro territorio, risalente al VI-VII secolo d.C. Questa interpretazione non ha trovato discepoli tra gli storici.
L’osservatore non può fare a meno di notare che, rispetto al piano di campagna, la soglia d’ingresso è più bassa di un metro. Questa situazione altimetrica deriva da una serie di alluvioni che tormentarono il piccolo oratorio nel corso della sua lunga esistenza, ma dalle quali non fu risparmiato neppure gran parte del territorio circostante fino alla Pieve ed oltre. Di una di queste catastrofi naturali, forse la maggiore, troviamo descrizione nell’Affò. Lo storico ci informa che un’impressionante ondata di piena nel 1411 sconvolse le terre di Guastalla, Brescello, Colorno e Torricella portando con sé grande mole di sedimenti sabbiosi e terrosi che si accumularono anche nell’area occupata dalla chiesa interrandola. L’antico “bugno”, un profondo avvallamento con presenza d’acqua, che si osserva anche nelle carte del XIX secolo con la denominazione di Bugno Rossi (colmato e spianato nei primi decenni del ‘900) sarebbe stato scavato in questa occasione dalla forza erosiva del fiume in piena. Queste circostanze ci fanno pensare che molto vicino all’oratorio fosse presente un argine che proteggeva dalla forza del grande corso d’acqua e che, cedendo nel punto dove il bugno si è formato, abbia trasportato tutt’intorno il materiale scavato qui dalla pressione erosiva delle acque unitamente al flusso dei sedimenti che la corrente di piena portava con sé. Per la sua non felice posizione ed i danneggiamenti relativi non fu questo un tempio molto frequentato. Per molti anni visse disgregandosi nel più totale abbandono affogato nella vegetazione incolta.
Nel XV secolo era qui presente un frate romito di nome Paolo che lo custodiva.
Si ha memoria di opere di recupero attuate nel 1625.
I lavori di restauro iniziati nel 1932 furono condotti dall’Ing. Paglia con supervisione di Mons. Baratti, attivo anche per gli importanti lavori di recupero della Pieve. Con ardore e sacrificio proprio Mons. Baratti trasmise quella fiducia nella riuscita del compito che le lungaggini burocratiche potevano spegnere.
Intervenne con un proprio contributo finanziario ottenuto grazie alla vendita di quadri di sua proprietà e non si arrese. Questa interessante figura di sacerdote cultore dell’arte e deciso soprintendente ai lavori di restauro meriterebbe un’indagine dedicata. In questa sede converrà comunque ricordare che Raffaele Baratti nacque a Boretto nel 1867. Insegnante di letteratura italiana e latina nel Ginnasio guastallese, assunse la carica di direttore dello stesso istituto scolastico e quella di Prefetto degli studi. In seguito sarà nominato Ispettore Onorario dei monumenti e Socio corrispondente della Regia Deputazione di Storia Patria per le antiche provincie modenesi. In buona sostanza assunse l’onere di supervisore ai restauri nella sua area di competenza. Oltre che a S. Giorgio, si dedicò al notevole e impegnativo intervento sulla basilica di Pieve oltre che a consulenze per la ristrutturazione della Beata Vergine della Neve a Tagliata.
Deciso assertore della validità del metodo cosiddetto “analogico”, la sua opera fu volta alla ricostruzione degli antichi templi copiando da altri simili per stile architettonico, periodo e zona omogenea. L’obiettivo 15 che in questo modo riteneva di cogliere era quello di salvaguardia della forma primitiva delle chiese prima che questa fosse cancellata per sempre. Naturalmente questo modo di operare ha necessariamente favorito interpretazioni piuttosto libere se non arbitrarie che si sono palesate nei risultati dei restauri, oggetto di mai del tutto sopite polemiche. A suo grande merito vanno portati la grande determinazione perché questi antichi edifici religiosi potessero tornare alla vita attiva e la strenua ricerca delle lontane radici storicoarchitettoniche. I restauri di S. Giorgio furono particolarmente lunghi e terminarono nel 1943, in un terribile periodo per la storia nazionale. Questa sede fu testimone delle riunioni del Comitato di Liberazione Nazionale di Guastalla durante l’ultimo periodo bellico.
Altri lavori di sistemazione, anche esterna sul selciato, furono svolti negli anni sessanta.
Rimangono tracce di affreschi nell’abside raffiguranti Gesù tra volti di beati e putti poi strappati e ricollocati in altra posizione nella navata centrale. Le figure dei due santi originariamente presenti ai lati del Cristo sono state purtroppo distrutte durante i restauri. Questo gruppo di dipinti sarebbe risalente al XIV secolo ma in seguito rimaneggiato.
Molto interessante la formella paleocristiana, ritenuta risalente al VI secolo, posta sotto la mensa dell’altare. Proviene dagli scavi relativi agli ultimi restauri della Pieve e qui voluta da Mons. Baratti. Rappresenta il motivo classico dell’Agnus Dei ed è una delle testimonianze più antiche del culto cristiano nelle nostre zone. La pila dell’acqua santa, in marmo rosso di Verona, risale al XVI secolo.

Notevoli la cattedra marmorea, la formella sottostante l’altare maggiore con un agnus dei, il campanile a monofore e il colonnato. La lunetta del portico con fregio di San Giorgio è di epoca posteriore, come gli affreschi visibili, di epoca barocca.